Helenio Herrera, un mago pieno di vizi, manie e intuizioni geniali

Helenio Herrera

Vincente e perfezionista, orgoglioso e spietato. Questo è Helenio Herrera, allenatore giallorosso per cinque stagioni, con alterni risultati. Arriva nella Capitale nell’estate del 1968, godendo di un credito illimitato, ingaggiato dal presidente Franco Evangelisti poco prima di lasciare la poltrona a Francesco Ranucci. La Roma gli offre un contratto da 259 milioni netti, un lussuoso appartamento arredato con spese a carico della società e premi partita doppi rispetto ai giocatori. Nessuno ha da contestare qualcosa perché Herrera è uno degli allenatori più considerati del pianeta. D’altronde, in otto anni, è riuscito a portare l’Inter di Angelo Moratti sul tetto del mondo, vincendo tre scudetti, due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali. In precedenza aveva conquistato anche quattro campionati spagnoli e tre Coppe delle Fiere, alla guida di Atletico Madrid e Barcellona.

Helenio Herrera

Evangelisti, Ranucci ed Herrera nel 1968 (foto l’Unità)

Helenio Herrera, allenatore vincente e “bugiardo”

Nato a Buenos Aires, ha passaporto argentino, spagnolo e francese che dicono sia nato il 17 aprile 1916, ma la sua ultima moglie Fiora Gandolfi scoprirà, due anni dopo la sua morte, datata 1997, che sul suo certificato di nascita e su quello del suo primo matrimonio si legge che è nato il 10 aprile 1910.

Fiora Gandolfi

Con Fiora Gandolfi

«In certe cose era tremendo. Guidava in modo spericolato, era sordo e non ci vedeva bene – le parole di Fiora Gandolfi in un’intervista al Corriere della Sera – non sentendolo per giorni me l’immaginavo sprofondato in un burrone. Invece era in una stanza d’albergo con un’altra. Era gelosissimo, dispotico. Era bugiardo. Non falso, non ipocrita, ma bugiardo tantissimo. Mi spiego: la verità era la sua parola. Mentiva credendo di essere egli stesso la verità. Era retto e scorretto: giusto, onesto, eppure molto maleducato». Al di là delle menzogne, non ci sono dubbi sul fatto che è nato a Buenos Aires, figlio di Francisco “Paco” Herrera, anarchico andaluso che fa il falegname, e di Maria Gavilán Martínez, spagnola anche lei. Dopo una normale carriera da difensore spesa tra Marocco e Francia, inizia il suo splendido percorso in panchina, fino ad approdare alla Roma. La piazza capitolina è sedotta e suggestionata dall’arrivo del “Mago” che, dal canto suo, promette lo scudetto in tre anni. Pressing, preparazione fisica ossessiva e velocità di gioco sono i suoi dettami. «Taca la bala», è il suo motto.

Helenio Herrera

Il 30 maggio 1968 con i tifosi della Roma, dopo aver firmato il contratto (foto l’Unità)

L’inizio è promettente perché i giallorossi conquistano la Coppa Italia, grazie al 3-1 sul Foggia del 29 giugno 1969. “Al primo colpo giallorosso Helenio Herrera ha centrato un bersaglio che non gli era mai riuscito nemmeno con l’Inter euromondiale”, sottolinea Ezio De Cesari dalle pagine del Corriere dello Sport. Herrera è stato di parola portando la Roma al successo nella prima stagione. Per le vie della Capitale scoppia la festa, il centro della città è paralizzato da cortei di auto dipinte di giallorosso. In campionato la Roma è ottava con uno “score” di dieci vittorie, altrettanti pareggi e sconfitte. Stelle della squadra sono il giovane Fabio Capello e l’esperto Joaquin Peirò, che Herrera aveva già allenato nell’Inter.

Helenio Herrera

Helenio Herrera nel 1969-70

L’esclusione di Losi e la morte di Taccola

Roma 1969

La Roma vincitrice della Coppa Italia 1968-69

Non mancano però pesanti ombre sull’operato dell’allenatore già in quella prima stagione: dopo 8 giornate di campionato il capitano Giacomo Losi è messo da parte, a causa di un battibecco seguente a una sconfitta a Verona. «Dopo la partita con il Bologna (successiva a quella col Verona, n.d.a.) non mi convocò più – ci ha raccontato Losi in un’intervista del 2014 – la squadra fece una tournée in Spagna (a cavallo di capodanno, n.d.a.), ma preferì chiamare qualche giovane. La Roma vinse la Coppa Italia, tuttavia Herrera proibì al presidente di invitarmi alla festa tanto che il presidente Marchini mi diede la medaglia successivamente, di nascosto, scusandosi con me. Herrera era così, aveva paura del contatto dialettico». «Losi fu trattato come l’ultimo degli ultimi, senza rispetto – le parole di Stefano Maiocchetti, anima storica del Roma Club “12° Giallorosso” – un capitano così, che amava così tanto la Roma, doveva essere trattato meglio». A febbraio del 1969 accusa il suoi calciatori Sirena, Ferrari e Cordova di avere una vita privata «non propriamente sportiva» per poi chiudere il caso in un batter d’occhio.

Prosdocimi

Caricatura di Prosdocimi (figurine Panini 1969-70)

Il 16 marzo 1969 muore per attacco cardiaco il 25enne attaccante romanista Giuliano Taccola e il presidente Alvaro Marchini punta il dito su Herrera per non aver ascoltato il parere dei medici insistendo nel volerlo in campo. L’inchiesta della magistratura proscioglierà l’allenatore franco-argentino, che peraltro era solito dare sostanze non ben definite ai suoi calciatori, già ai tempi dell’Inter: «Ci dava delle pasticche che si chiamavano Evoran o qualcosa di simile – racconta Losi ma io mi rifiutai di prenderle sin dall’inizio della stagione, anche in preparazione. E lui storse il naso perché anche altri miei compagni, vedendo me, decisero di non prenderle».

Gli scontri con Marchini

L’anno successivo la musica non cambia in campionato, decimo posto, ma la stagione è salvata dall’esaltante cammino in Coppa delle Coppe, interrotto soltanto dall’eliminazione in semifinale per sorteggio contro i polacchi del Gornik Zabrze. Le magie del profeta della panchina però tardano e nubi fosche adombrano il cielo romanista. La stagione 1970-71 inizia sotto una cattiva stella per la cessione alla Juventus dei tre giovani “gioielli” Landini, Capello e Spinosi. “HH” non gradisce affatto e rompe definitivamente con il presidente Marchini. Tutta la stagione è un continuo attrito tra il tecnico e il numero uno della società.

Il 12 ottobre 1970 ha un terribile incidente stradale (gli era capitato altre volte anche in passato) dalle parti di Coverciano: con la sua Mercedes finisce contro un guard-rail a oltre 170 all’ora, sfonda il parabrezza con la testa e cade sull’asfalto dell’altra corsia. Nonostante le ferite, qualche costola rotta e un fastidioso busto di gesso per una frattura a una vertebra dorsale, Helenio Herrera è in panchina già il 25 ottobre, in occasione di Varese-Roma. “HH” è troppo orgoglioso per rimanere a casa: soffre come un cane, in silenzio, ma torna a lavoro.

Helenio Herrera Figurina

Figurine Relì 1969-70

A gennaio, dopo un pesante ko per 4-0 con il Torino, si inizia a parlare dell’esonero di Herrera. I giornali si scagliano contro il tecnico franco-argentino che però conserva il posto. Nelle settimane successive si susseguono una serie di pareggi a ripetizione oltre a una vittoria sul Varese e a una sconfitta con il Foggia. Il 6 aprile, dopo il successo esterno sul Cagliari, la società giallorossa emette un comunicato in cui annuncia che il contratto di Herrera non sarà rinnovato per la stagione successiva. Due giorni dopo un furibondo Herrera convoca una conferenza stampa in cui accusa i dirigenti di incompetenza, smentisce la società che ha parlato di una richiesta di 150 milioni da parte dell’allenatore per il rinnovo di contratto e afferma che lo scudetto del 1942 è stato vinto dalla Roma soltanto grazie a Benito Mussolini. Marchini non può tollerare l’affronto e il 9 aprile esonera Helenio Herrera affidando la squadra al suo vice, Luciano Tessari.

Marchini Herrera

Marchini ed Herrera (foto l’Unità)

L’avventura del “Mago” a Roma però riprende un paio di mesi più tardi, con l’insediamento alla presidenza romanista di Gaetano Anzalone, subentrato a Marchini il 12 giugno 1971 e insediatosi da luglio. Herrera peraltro, comprendendo l’importanza dei tifosi con cui talvolta si era scontrato, promuove la creazione del Centro Coordinamento Roma Club, nel dicembre 1971. «Era un paravento – ricorda Maiocchetti – capiva l’importanza di farsi pubblicità e non disdegnava le feste dei Roma Club. Herrera era un ottimo venditore di se stesso, come Mourinho».

Helenio Herrera Roma

Herrera in allenamento nella Roma (foto l’Unità)

Vince il Torneo Anglo-Italiano

Anzalone Herrera

Anzalone ed Herrera

Herrera alterna intuizioni geniali a scelte discutibili. Indovinatissima è, nella stagione 1971-72, la decisione di mettere titolare nei due match contro l’Inter, che “HH” conosce bene, l’ala di riserva Giacomo La Rosa, piccolo e veloce. Nella mente di Herrera c’è il ricordo dell’enorme difficoltà che ebbe Facchetti contro lo sgusciante Jimmy Johnstone del Celtic, nella finale di Coppa dei Campioni persa dalla sua Inter nel 1967. Facchetti è ancora perno della difesa nerazzurra e all’andata la Roma vince 3-1 con gol iniziale proprio di La Rosa, mentre nel ritorno pareggia, lottando, 2-2 con doppietta della piccola ala. Badare bene che quei tre gol all’Inter sono gli unici di La Rosa in campionato. Lo scudetto è ancora un’utopia, ma stavolta la Roma, trascinata dall’estro di gente come Amarildo, Zigoni, Vieri e Cordova, si piazza al settimo posto non lontano dalle posizioni che contano. La stagione è conclusa degnamente con la vittoria, nel giugno 1972, nel Torneo Anglo-Italiano, tenuto in buona considerazione all’epoca. In finale i giallorossi battono 3-1 gli inglesi del Blackpool all’Olimpico.

La sfida con il laziale Nanni e l’addio

Herrera RomaIl 1972-73 è l’anno dell’estrema disillusione. Dopo cinque giornate la Roma è prima grazie a tre vittorie e due pareggi, ma è un fuoco di paglia che si spegne con il derby del 12 novembre 1972. I giallorossi vengono battuti 1-0 con una stupenda rete dalla distanza del mediano laziale Nanni, ma Herrera, nel post-gara, non ci sta e lancia una sfida paradossale: «Nanni è stato superiore alle aspettative – dice il “Mago” – ma se è un atleta sincero deve riconoscere che il suo gol è stato fortunoso. Anzi, gli lancio una sfida pubblica. Torniamo tutti e tre allo stadio, io, lui e il portiere della Roma Ginulfi: se è capace su cento tiri, effettuati dallo stesso punto da cui ha sferrato quello del gol, a battere almeno una volta il mio portiere, mi rimangio tutto e dico che il gol non è stato fortunoso ma voluto». Nanni non accetta la provocazione e lancia messaggi di antipatia nei confronti di Herrera, che inizia a perdere credibilità. La squadra molla gli ormeggi e naviga alla deriva verso i bassifondi della classifica. L’avventura giallorossa del “Mago” finisce definitivamente l’8 aprile 1973 quando la Roma pareggia 0-0 in casa contro la Ternana, ultima in classifica, ritrovandosi a un solo punto dalla Serie B. Al posto di Herrera viene promosso Antonio Trebiciani, allenatore delle giovanili, cui bastano 4 punti in 6 gare per salvare la squadra, anche se soltanto grazie alla differenza reti. Il “Mago” dice addio alla Capitale.

Herrera

Intrepido del 1971

«Mio padre ed Herrera si conoscevano – racconta Stefano Maiocchetti, riferendosi al ’73  – e una volta papà lo incontrò al bar Settebello, vicino via del Tritone, e Helenio disse che sarebbe tornato alla Roma con il gruppo Rusconi, che avrebbe fatto pulizia e ripeté che il primo scudetto era stato vinto grazie al duce. Già gli avevamo fatto la guerra per quello che aveva detto in passato, ma evidentemente non bastava. Così mio padre corse dall’avvocato Giuseppe Colalucci, direttore del “Tifone”, la cui sede era là a due passi, a via del Gallinaccio, e gli raccontò tutto. La storia uscì sul “Tifone” e fu ripresa anche dagli altri giornali, successe un bello scandalo. Herrera fece una denuncia in tribunale, ma c’erano dei testimoni e perse la causa».

Herrera moglie

Gente del 23 febbraio 1970

Muore a Venezia nel 1997

Successivamente Helenio Herrera ritenta l’avventura con l’Inter ma è fermato da un infarto, poi guida Rimini e Barcellona prima mettersi a fare il pungente opinionista televisivo, soprattutto sulle reti Mediaset. Si ritira con la moglie Fiora a Venezia, dove muore alle 19.25 del 9 novembre 1997, vittima di una crisi cardiaca. Helenio Herrera ha avuto quattro figli dalla prima moglie, la francese Lucienne Leonard; due dalla seconda, la spagnola Maria Morilla; uno, chiamato Helios, da Fiora Gandolfi, con cui ha anche adottato una bambina spagnola, di nome Luna Carica. «Sono un uomo che è arrivato al successo soffrendo e penando – ha avuto modo di raccontare Herrera – il successo va a chi lo merita. Io lo merito. Ho il coraggio delle mie idee e non mi tiro mai indietro». Il “Mago”, anche in questo, era speciale.

Herrera Inter

Herrera con la tuta dell’Inter

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